FIGURE - LE FORZE DEL MALE A GENOVA!!!
sabato 14 novembre 2009 - Etichette: Figure, Garrone contro le forze del male - 4 Comments
BOZZETTI - Due donne
sabato 7 novembre 2009 - Etichette: Bozzetti - 0 Comments
Avanzava per la via sempre un po' rasente i muri, con lo sguardo sospettoso di chi conosce la cattiveria altrui. Portava di solito i radi capelli grigi sciolti, con la riga da un lato e una forcina a sollevarne una banda, chè non le cadesse sugli occhi. Talora, invece, provava a tenerli su, in un misero chignon da cui ciuffi sorcigni sbucavano sbadatamente. Era piuttosto alta, ma teneva le spalle strette e curve, come per proteggersi, e camminando procedeva rapida e furtiva, col collo proteso in avanti, pareva una tartaruga che mettesse appena fuori il capo dal guscio per studiare la situazione. Il viso appariva pallidissimo, offuscato da un velo di polvere di riso, tirato sugli zigomi sporgenti, sbiadito come le iridi acquose, di un cilestrino cieco. Paurosamente magra, sembrava sfuggire agli indumenti che indossava: tailleur spaiati, enormi su di lei, camicette consunte, con i colletti sdruciti da cui spuntava, tesissimo, quel suo collo sottile e rugoso. Ai piedi indossava sformate scarpe da tennis, quasi volesse essere pronta per una fuga improvvisa eppure preventivata.
Non era mai sola. Portava con sè una bambola, una di quelle che un tempo si acquistavano alle fiere, con quelle vesti ottocentesche, la lunga gonna a balze con sottogonne di pizzo nero che la rialzavano fino a mostrare le lucide scarpettine di vernice allacciate. La bambola appariva molto più curata di colei che accompagnava: le gote dipinte di rosa erano splendenti come i capelli sintetici, biondissimi e cotonati in un' improbabile acconciatura; le manine che si aprivano al termine delle braccine rigidamente protese, avevano le unghiette smaltate di rosso; le labbra erano disegnate dal tratto preciso di una pennellata di carminio, che svelava il nitore di una fila di dentini perfetti; gli occhi, spalancati in una fissità azzurra, erano protetti da rigide palpepre che talora si chiudevano asimmetricamente.
La donna spesso la teneva in braccio, col viso nascosto sul petto vizzo, ma a volte preferiva metterla sdraiata o seduta su di una sgangherata carrozzina per neonati, che spingeva veloce e nervosa, e allora capitava di incrociare lo sguardo, ammiccante e attonito ad un tempo, della bambola.
Quando la stringeva a sè, le parlava fitto fitto, con un linguaggo incomprensibile, fatto più di mugolii che di parole. Pareva, dal tono, che fossero parole di rassicurazione, consolazione, ma anche di ansia, timore. Poi, improvvisamente, serrava le labbra sottili e ne usciva un qualcosa di musicale, o forse un gemito, che poteva essere una ninna nanna spaventata e spaventosa.
§§§
Prima ancora di vederla avvertivi il suo profumo: un odor di Coty cui si aggiungeva quello dolciastro della cipria. Il viso ne era ricoperto in abbondanza e la polvere rosata colmava i solchi delle rughe che ne devastavano la superficie. Nonostante tenesse caparbiamente le gote ritratte tra i denti (di una perfezione ostentata, come solo le dentiere osano apparire), per simulare una finezza di tratti che non possedeva, le borse gonfie sotto gli occhi, le palpebre pesanti truccate eccessivamente ed una gorgera di pelle cascante ne denunciavano la grevità somatica non solo dovuta all'età. I capelli platinati erano irrigiditi in un'acconciatura forse fuori moda ma assolutamente conforme all'insieme.
Indossava soltanto abiti neri, resi meno tetri da camicie di pizzo e foulard di seta o stole di visone sapientemente drappeggiate. Una ventriera dalle crudeli stecche di balena, spingeva il seno generoso in un'ardita postura ad alta gittata, mentre il giro vita veniva vanamente strizzato, costringendo il grasso dei fianchi e del ventre in una tonda uniformità. Calzava decolletè nere dai tacchi a spillo vertiginosi, trampoli su cui arrancava sforzandosi di dare all'andatura un che di superbo e consapevole. Sfoggiava gioielli di gran valore - ori massicci, pietre di elevata caratura - curando che facessero sempre pendant tra loro. Li ostentava con gesti indubbiamente studiati e ripetuti molte volte, in chissà quali occasioni.
Squadrava le persone che incontrava alzando il sottile sopracciglio disegnato a matita, e in quel gesto vi era un'alterigia ridicola e insostenibile ad un tempo, proprio perchè del tutto inconsapevole della propria ridicolaggine.
Era sempre sola.
§§§
Erano i primi anni '60 del '900, in una piccola città di provincia, dove tutti si conoscevano e dove era facile incontrarsi.
Eppure non si erano mai incrociate, fino ad un pomeriggio in cui, sbucando la donna con la bambola in tutta velocità da dietro l'angolo di un palazzo, la donna in nero ne fu travolta e subito alzò il braccio in un moto d'ira, di maestà lesa, aprì le labbra per protestare.. poi rimase come sospesa, la bocca poco signorilmente aperta, il braccio ancora levato irrigidito in un gesto incompiuto.
Si fissavano. Si riconobbero al di là dell'immagine deformata di sé che si mostravano vicendevolmente.
Passò un istante infinito e brevissimo, che le trasportò lontano, a un tempo condiviso che ne aveva devastato, in modo diverso ma conseguenziale, le vite.
La donna con la bambola fu la prima a riscuotersi e, stringendo freneticamente la sua bambina al petto, mugolò, come accade negli incubi da cui non ci si sa risvegliare: "Andiamo via, Mirella, andiamo via" e scappò spingendo altri passanti ignari e divertiti.
La donna in nero stette. Immobile. Gli occhi chiusi. Le guance lasciate cascare, come gli anni che le precipitarono sul viso. Poi tirò su le spalle e, barcollando un poco, si rimise in cammino.
La guerra era finita da vent'anni.
FUGHE - Confessioni pendolari
domenica 18 ottobre 2009 - Etichette: Fughe - 0 Comments
Per arrivare alla stazione, aveva dovuto uscire di casa prestissimo: alle quattro e venti partiva la corriera che collegava la città a G. e lei non voleva perdere per nessun motivo quel treno con pochi scompartimenti che l'avrebbe, poi, riportata indietro, al punto di partenza.
Adesso batteva i piedi per riscaldarsi un poco e si stringeva nel cappottino celeste, inadeguato alla stagione, allo scompartimento sporco che presto l'avrebbe accolta, al suo stesso umore.
Finalmente l'annuncio e, poco dopo, il fragore del treno in arrivo, appena smorzato dalla nebbia che avvolgeva cose, case e pensieri.
Salì con qualche difficoltà - le ossa pativano l'umidità del mattino - ma non si sedette subito. Come incerta, percorse lo stretto corridoio: molti erano i posti liberi e chi si era accomodato ciondolava il capo già vinto dal sonno perduto, o socchiudeva le palpebre per riprendere il filo del sogno interrotto. Scelse infine un posto di fronte a un uomo di piccola statura, la barba del giorno prima, il viso testimone di anni trascorsi a vivere e a spostarsi, forse un tempo con entusiasmo, poi sempre più stancamente.
Sistemò con cura il suo cappottino celeste, ripiegandolo con meticolosità, e si lasciò finalmente cadere sul sedile ancora impregnato del fumo e della spossatezza dei molti viaggiatori che nel tempo aveva accolto.
Fu immediatamente dopo che cominciò a parlare, prima lentamente, poi come un fiume in piena, ma sempre sussurrando le parole, senza aver neppure accennato un gesto di saluto o un timido convenevole per il suo compagno di viaggio.
Questi, dapprima, non comprese. Cortesemente si sporse verso la donna come per chiederle di ripetere, immaginando volesse domandargli un'informazione. Poi si accorse che la signora neppure lo guardava negli occhi, se non nelle brevi pause per prendere fiato, e proseguiva una sorta di monologo di cui subito non riuscì a capire che poche e scoordinate frasi. Ma man mano che il discorso si faceva più pieno, più spiegato all'orecchio ormai attento dell'ascoltatore, il senso appariva più chiaro. E tremendo.
La signora stava riversando sullo sconosciuto un dolore insopportabile, rivelando pensieri atroci, scelte subite e passi non fatti, il peso del male inferto e ricevuto, ferite e silenzi, accuse e ammissioni. Non attendeva risposte dall'uomo, neppure gliene avrebbe concesso il tempo. Terminò soltanto quando già le luci della stazione annunciavano la raggiunta meta, quasi avesse calcolato che la durata di quanto doveva dire coincidesse con quella del percorso. Allora si alzò, infilò con calma il cappottino e chinò lievemente il capo, in un gesto di grato congedo.
Il viaggiatore rimase al suo posto, ancora sbalordito per quanto era accaduto. L'invito sollecito del capotreno ad affrettarsi e scendere parve ridestarlo. Addirittura, si precipitò nel corridoio e quasi si scaraventò giù dalla porta del vagone, per ritrovarsi sotto la pensilina ormai deserta del binario. La donna non c'era più.
°°°
L'indomani mattina, alla stazione di R., alle cinque e diciotto, una signora con un cappottino celeste salì in fretta i gradini che portavano all'interno dello scompartimento. Quel giorno aveva dovuto anticipare la sveglia: la corriera che l'avrebbe condotta a R. partiva solo alle quattro e cinque e non poteva rischiare di mancare la partenza. Anzi, quando giunse sui binari il treno stava già fischiando. Trafelata, percorse tuttavia con calma studiata il corridoio e si fermò davanti a quella che pareva una studentessa. Questa le sorrise gentile, appena la donna le si sedette accanto, e il sorriso si allargò cordiale quando la udì pronunciare le prime parole. Ma dopo pochi minuti, il sorriso si spense in una smorfia di sgomento: la signora continuava a bisbigliare segreti inconfessabili (o così le parvero) e mentre la ragazza si incupiva incredula, l'altra viaggiatrice sembrava rasserenarsi e quando il convoglio si arrestò nella stazione cittadina, solo allora, indossando il cappottino celeste, la donna le rivolse un mormorato saluto.
La studentessa afferrò la borsa dei libri e scese attonita dal treno. Ne notò l'intontito stupore un ferroviere, che le chiese premuroso se potesse esserle utile. La ragazza rispose che no, stava bene, soltanto aveva avuto un incontro davvero curioso, che l'aveva lasciata perplessa e turbata. "Una signora col cappotto celeste?" la interrogò ancora il ferroviere. "Sì, proprio così. La conosce?".
L'uomo le spiegò allora che, da qualche settimana, diversi pendolari dei piccoli comuni della cintura di M., raccontavano di questi incontri stranianti: una donna di mezz'età, apparentemente normale e dai modi educati, si sedeva accanto o di fronte a loro e improvvisamente si metteva a bisbigliare parole che rivelavano un'inaudita sofferenza. Poi, così come era venuta, se ne andava, quasi inghiottita dalla città d'arrivo.
Chi fosse e cosa volesse, nessuno lo sapeva.
°°°
Era successo di notte.
Si era domandata, in seguito, se quella fosse stata una notte "buia e tempestosa" come nei racconti di Snoopy, picchiettati sulla macchina da scrivere posta in cima alla cuccia. In un certo senso anche lei era in una cuccia: un cumulo di plaid che sostituivano il calore di un abbraccio, in quelle lunghe notti dove il conforto di un sogno liberatorio o di un sonno ristoratore tardavano ad arrivare. Aveva preso l'abitudine di non sfidare neppure il grande letto a due piazze che un tempo ne accoglieva i giochi d'amore e le profonde dormite giovanili. Preferiva sfuggirne il carico di ricordi che l'avrebbe attesa, e accoccolarsi sulla poltrona del soggiorno, alla luce discreta di una lampada antica che rischiarava le pagine di libri che, ancora, la illudevano di vita.
"Buia e tempestosa" fu, dunque, quella notte? Forse, se usurate metafore potessero descrivere quello che da tempo era il suo stato d'animo: la luce della felicità si era poco a poco spenta tra tenebre di depressione, neppure attraversate dal sollievo di una generosa smemoratezza o di una conquistata acquiescenza.
Era sempre stata riservata. "Un'asociale" sosteneva chi ne aveva subìto i silenzi, "una timidona" replicava chi l'aveva conosciuta ragazza, "una frustrata" la liquidava chi l'aveva incontrata negli ultimi tempi. Fosse una o tutte queste definizioni, fatto sta che il percorso doloroso che via via l'aveva condotta alla solitudine, l'aveva progressivamente isolata, e - vuoi per diffidenza, vuoi per paura - aveva imparato a tenere ben serrati in sé i propri segreti, le proprie sconfitte.
Ma ultimamente i pensieri parevano premerla anche fisicamente, quasi avessero urgenza di uscire: lo stomaco le si serrava appena provava a sbocconcellare qualcosa, il respiro le veniva meno anche quando non aveva faticato. Doveva fare qualcosa, parlare con qualcuno, sfogare l'amarezza e i rimpianti, confessare gli errori. Ma con chi?
Un prete? Non credeva. Anzi, aveva trasformato l'acredine che da piccola aveva nutrito per un dio che le era sempre parso crudele ed ingiusto, in un'indifferenza rassegnata verso la fede.
Uno psicologo? Aveva provato, una volta, ma si era sentita una sorta di cavia sottoposta a domande provocatorie e prove capziose.
Un parente? Non ne aveva più.
Un amico? Non ne aveva mai avuti.
Un estraneo?
Un estraneo!
Ecco, quella fu l'idea, la tempesta, la luce ritrovata. Ciò che mai avrebbe rivelato a chi l'avesse da sempre conosciuta, poteva essere svelato senza timore a chi, non conoscendola, neppure poteva giudicarla.
E quale ambiente migliore, per una conversazione mai più ripresa, della carrozza di un treno? Studiò le linee e i percorsi, badò di non salire due volte sullo stesso convoglio, scelse sempre le prime partenze del mattino (e mai dalla propria città, per non rischiare incontri con conoscenti) per confondere lo scaturire impetuoso della propria angoscia nella nebbia di un lento risveglio.
Fu così che iniziò la sua confessione pendolare.
Fu così che, una volta conclusa, potè scendere, per l'ultima volta dal treno.
E dalla vita.
Aglaja
FIGURE - APPELLO: Il premier offende le donne e la democrazia: amiche, firmate
venerdì 9 ottobre 2009 - Etichette: Berlusconi offende le donne e la democrazia, Figure - Appello - 0 Comments
BOZZETTI - LA BAMBINA (6): Tabacchi e tabacchini
venerdì 2 ottobre 2009 - Etichette: Bozzetti - La bambina - 0 Comments
Nessuno fumava, in famiglia, però le visite al negozio della tabacchina erano frequenti e la bambina si era sempre chiesta perché. Perché la nonna conversasse così sottovoce con la signorina Gemma. Perché spesso le venissero offerte gommose caramelline al mentolo, ricoperte di una fitta granella di zucchero, che neppure le piacevano. Perché fosse invitata ad andarle a succhiare sulla soglia del negozio, anche se dentro non entravano che rari clienti. Perché la nonna avesse sempre quello sguardo sarcastico e duro, presagio di malumori di cui la bambina finiva per essere il capro espiatorio, quando – finiti i conciliaboli – si tornava a casa.
Ogni “perché” rimaneva insoddisfatto, allorquando la bambina osava rivolgerli alla nonna. Certamente preferiva il silenzio seccato alle bugie. Detestava essere presa in giro: avendone contezza ne rimaneva offesa. Le storie come quelle che il nonno farfugliava (“Sono amiche da anni”, “Non c’è nessun mistero”, “Le piacciono le caramelle”, “C’è bisogno di nuovi mazzi di carte” e via inventando) venivano ascoltate con compassionevole impazienza, certa com’era che dietro vi fosse qualche terribile segreto che il nonno le celava per proteggerla.
A volte, invece di imporle la degustazione di quei piccoli coni di gusto alpino, che si incastravano inesorabilmente tra i dentini, alla bambina si permetteva di scegliere dall’espositore delle pastiglie per fumatori. Ma era una falsa alternativa: in realtà menta e mentolo – che non lenivano, ma irritavano - non lasciavano spazio ad altri gusti e l’alito fresco si pagava con stizziti colpetti di tosse. Se le veniva concesso di soffermarsi presso il banco a contemplare ciò che non era una tentazione, o se la sua presenza sfuggiva per un attimo al controllo delle due bisbiglianti signore, la bambina osservava l’accurata disposizione della merce, collocata in un assetto le cui regole sfuggivano tuttavia al suo gusto estetico. Perché, ad esempio, non ordinare i pacchetti di sigarette in una tavolozza cromatica? Sarebbe bastato seguire le innumerevoli sfumature di colore che offrivano: dall’oro caldo all’algido argento, dal bianco elegante al passionale rosso, dall’arancio screziato al prezioso turchese. O disporli, invece, come in una quadreria, la parte frontale in bella mostra, con gitane danzanti e caravelle in partenza, cammelli nel deserto e stemmi imperiali, elmi alati e globi terracquei. Oppure seguendo le dimensioni dei pacchetti e la loro consistenza: pacchetti smilzi e alti intervallati da altri panciuti e schiacciati, confezioni in cartoncino - più duro o più morbido – alternate alle raffinate scatolette di latta con disegni in rilevo o serigrafati.
Sul banco, poi, un’altra misteriosa delizia si mostrava agli occhi della bambina: le confezioni in metallo (argentato, dorato o brunito) del “tabacco da fiuto”. La passione per le scatoline attirava le piccole mani verso quel tesoro proibito, reso ancora più attraente dall’aver visto sia il nonno che la nonna spizzicare quella poltiglia secca, portarla con gesto fine e noncurante alle nari, per poi esplodere in robusti starnuti. Cosa causava quei boati? Cosa conteneva quella mistura? Ma, soprattutto, perché sembrava così piacevole e risolutivo provocarsi quella deflagrante reazione? Altri tesori, poi, sfilavano istantanei sotto gli occhi della bambina: album dalle sobrie copertine che raccoglievano francobolli, i francobolli stessi, piccoli capolavori che ne mostravano altri (imparò a conoscere le figure michelangiolesche della Sistina sui quei minuscoli rettangoli dentellati), buste di ogni dimensione e colore, le prime biro che avrebbero ben presto sostituito le penne a cartucce con cui aveva imparato a scrivere. E le cartoline! Come veniva trasfigurata la sua insignificante cittadina in quelle immagini! Com’era più azzurro e sereno il cielo, più vicino ed invitante il mare, più vivaci le facciate dei palazzi, più rare le macchine, più sorridenti gli abitanti. Persino le tre palme striminzite e sofferenti di quell’arida oasi che avrebbe dovuto abbellire la piazza su cui si affacciava casa sua, sembravano svettare rigogliose in un prato smeraldino. Mah..
Tuttavia la vera attrattiva di quelle visite era proprio la curiosità sollecitata nella bambina dall’atteggiamento degli adulti nei suoi confronti.
Tre erano le persone che potevano trovarsi nel negozio: la signorina Gemma (l’unica di cui veniva pronunciato il nome: gli altri due rimasero per sempre anonimi alla piccola), suo fratello e la moglie di quest’ultimo.
La signorina Gemma era una donna robusta, i capelli di un grigio ferrigno, il viso severo e l’espressione malevola. Difficilmente sorrideva e, se lo faceva, la sua era più una smorfia sarcastica che un sorriso. Quando si appartava all’angolo estremo del bancone per discutere con la nonna, gli occhi già piccoli si infessuravano e spesso lo sguardo si posava sulla bambina, come per controllare che non udisse, oppure, come la bimba in seguito comprese, perché udisse *proprio* determinate parole che stava riferendo alla nonna.
Alla bambina capitava frequentemente di incontrare la signorina Gemma o di passare davanti al suo negozio per andare a scuola. Se era con il nonno, come d’abitudine, la signorina rispondeva, sia pure freddamente, anche al suo buongiorno. Se era da sola, o il nonno era entrato per una commissione in qualche bottega vicina, ecco che al suo saluto la tabacchina rendeva lo sguardo vitreo e opponeva un fracassoso silenzio, che convinceva la bambina della propria invisibilità.
La cognata aveva, contrariamente alla sorella del marito, un timido sorriso sempre impresso sulle labbra, che mostrava un inquietante vuoto al posto di un incisivo, vuoto su cui l’attenzione della bambina era perennemente (e maleducatamente) calamitata. Quando, dopo qualche tempo, la mancanza venne finalmente colmata da una protesi d’oro scintillante, lo sbalorditivo cambiamento costrinse la bambina a imporsi di volgere gli occhi altrove, cosicché, in presenza della donna, si abituò a osservare con preoccupata fissità la punta delle scarpe.
L’anonima cognata (anonima nelle generalità, ma anche - incisivo mancante a parte - nei connotati: pareva che sulla carnagione e sulla disordinata chioma sale e pepe fosse passato un piumino di cipria grigia, una polvere sottile che ne avesse opacizzato anche lo sguardo e l’espressione) era succube della signorina Gemma. Evitava di interloquire con l’imponente parente, tanto meno con i clienti, che serviva tenendo gli occhi bassi, opponendo l’imbarazzato e mite sorriso ai bruschi modi della cognata, che spesso la rimproverava sgarbatamente. Non iniziava mai una conversazione, rispondeva solo se interrogata, ed era in evidente stato di soggezione anche nei confronti della nonna della bambina, da cui era considerata poco più che un elemento di arredamento della tabaccheria.
Suo marito veniva più raramente in negozio, preferendo lasciare la responsabilità della gestione alla sorella e la fatica del servizio alla moglie. Snello e slanciato quanto la sorella era massiccia e tarchiata, portava i capelli di un grigio chiaro (forse era stato biondo, da ragazzo) tagliati a spazzola, cosa che gli conferiva un alcunché di militaresco. Indossava, anche d’estate, severi gilet chiusi da una miriade di minuscoli bottoni e impreziositi da taschini, da cui spuntavano lembi di fazzoletto, sigari e catene d’orologio.
Lo si trovava di rado dietro il bancone. Più facile vederlo, silente sentinella, sull’uscio del negozio, mentre aspirava con lentezza il fumo di certi eleganti e aromatici cigarilli. Dei suoi silenzi la bambina notava l’alterigia, del suo sguardo lo sfuggire, del suo isolarsi il disprezzo. La nonna ripeteva di frequente che del prossimo la piccola rilevava prima i difetti che i pregi, ma la sua osservazione non era di rimprovero, bensì di soddisfazione: la nipotina aveva imparato bene la lezione impartitale. In quest’uomo la bimba avvertiva una malvagità noncurante, forse un odio appena velato dall’educazione: istintivamente lo temeva e lo evitava, spostandosi sul marciapiedi a giocare o soffermandosi dall’espositore delle cartoline.
Talora, voltandosi improvvisamente, attraversata da un brivido inconsapevole, sorprendeva gli occhi chiari del tabaccaio trafiggerla, fessure gelide come quelli della sorella. Ma era un istante: subito erano volti altrove, come a sfuggire la repulsione per qualcosa di putrido.
Capitava che la bambina, dalle orecchie sempre tese, cogliesse alcune parole delle conversazioni che trascorrevano misteriose tra la nonna e la signorina Gemma.
Comprese così che l’oggetto di quelle chiacchiere, che tanto gettavano di malumore la nonna, era suo padre. "..ho saputo poi che..", "..che vergogna per sua figlia..", "..avete fatto bene a..", "..bastava guardarlo..", “..senza dignità..”, "..quanto gli avete dovuto dare?..", “..e sosteneva di essere dei baroni di..”, “..quel mentecatto..”, “..come tutti quelli di chillo paese..”, “..sarebbe stato meglio se..”, “..almeno se ne fosse accorta prima di..” e qui gli sguardi si volgevano verso la bambina e le voci si abbassavano ulteriormente.
La bambina si imporporava e capiva e fingeva perciò di non capire, attendendo di poter tornare a casa, di mettersi di nuovo a leggere, di partire verso il mondo parallelo che l’attendeva caldo e confortante.
Una volta, mentre attendeva il nonno che era entrato dall’elettricista proprio accanto al tabacchino, si era fermata a osservare le grandi vetrine che mostravano fili, congegni, attrezzature, interruttori, walkie-talkie (il suo grande sogno!). Stava ammirando quel cervellotico disordine impolverato, quando l’orribile sensazione di essere osservata la fece voltare di scatto. Il fratello della signorina Gemma era lì. Fumava, naturalmente. Stavolta la guardava apertamente, senza sfuggire al suo sguardo. Rossa in viso, la bambina, non sapendo come comportarsi, lo salutò. Egli si abbassò con studiata lentezza, portò il suo viso all’altezza di quello della bimba, le sbuffò il fumo negli occhi scuri, sui ricci neri. Poi, rialzandosi, pronunciò con un mezzo sorriso un’unica parola, ma ben scandita: “Terrona”.
La risposta a tutti i suoi “perché”.
Aglaja
MARIONETTE - CULT TRASH: I GEMELLI KISSLER
venerdì 18 settembre 2009 - Etichette: Marionette - Trash cult - 0 Comments
I Gemelli Kissler si chiamavano Teofrasto e Aghinolfo Braciola, provenivano da Bagnacavallo ed erano zio e nipote.
Questo spiegava il perchè Teofrasto era quasi completamente calvo e Aghinolfo ricciuto, l'uno basso e corpulento, l'altro alto e magro, il primo sulla quarantina, il secondo parecchio più giovane.
Si spacciavano per gemelli per una questione di immagine: ritenevano che l'esotico "Gemelli Kissler" suonasse meglio di "Parenti Braciola". Teofrasto ed Aghinolfo giravano l'Italia, non disdegnando alcune tappe all'estero, spesso al seguito dell'orchestra pugliese "I trilli del trullo" (specializzata un tempo in musica da camera ardente, poi passata al jazz freddo, quindi al rock tiepidino).
Memorabile fu la loro esibizione a San Marino, al rinfresco per le nozze della signorina Marisa Sassofrasso con il geometra Marzolino Pignoni, nella villa del commendator Sassofrasso, felice padre della sposa. Fu in quell'occasione che i Gemelli Kissler provarono per la prima volta il passo del Bracco: quattro giravolte intorno a una sedia, alzata contemporanea della gamba destra e strofinamento finale di piedi. Un successo straordinario!
Il marchio di fabbrica degli spettacoli dei Gemelli Kissler era il finale del loro show, quando, percuotendosi a vicenda le natiche a ritmo di hully gully, cantavano: "Kiss kiss, i miei baci a te; kiss kiss i tuoi baci a me! Kissà se ci vedremo ancor? Kissene frega amor!" in un delirio di ortaggi volanti.
Ma il numero più celebre dei Gemelli Kissler era senz'altro "La danza dei sette peli": il mattatore era Teofrasto, che si esibiva in sette spettacolari piroette, una per ogni capello che Aghinolfo gli strappava dal cranio. Già al termine della loro prima tournèe, si presentò un grave problema: Teofrasto era ormai praticamente pelato, mentre Aghinolfo, molto più dotato della materia prima (aveva morbidi e fluenti ricci scuri) era però incapace di far piroette. Risolsero la spinosa questione con una lieve modifica del loro numero, che divenne "La panza dei sette peli", con Teofrasto che veniva depilato sul ventre da Aghinolfo, mentre faceva ballonzolare il pancione.
La carriera dei Gemelli Kissler si concluse tristemente: colto da un attacco di meteorismo improcrastinabile nel bel mezzo del Ballo dello Sciacquone, Teofrasto venne protestato dall'impresario, che non volle sentire ragioni, nè ulteriori rumori molesti. Il Braciola più anziano quindi, per la vergogna e il disonore, scappò senza lasciare recapito, ma solo una scia persistente, e di lui non si seppe più niente.
Aghinolfo, rimasto solo, si diede all'epilazione professionistica e mise su uno studio specializzato, "La casa del pelo", dove ancor oggi lo si può trovare, mentre cerca inutilmente tra i clienti qualcuno che, allo strappo definitivo del bulbo pilifero, reagisca con una spettacolare piroetta: "Kiss Kiss.."
Aglaja
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